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2 Settembre 2010

"Sos Po - Lambro": il diario di bordo

 

Po - Lambro: è stato un disastro ambientale


Data: Tue, 16 March 2010, 8.37

“L’Italia si è rivelata impreparata ad affrontare emergenze come quella accaduta sui fiumi Lambro e Po. Solo la buona volontà e la prontezza della Protezione civile locale, dei tecnici della depurazione dell’impianto di Monza e di alcune Province e Comuni hanno consentito che il disastro non avesse conseguenze peggiori”.È questa la considerazione di Legambiente alla conclusione della campagna Operazione Sos Po - Lambro, partita subito dopo il disastro raggiungendo le zone più colpite lungo l’asta dei fiumi.

A conti fatti, da dati ufficiali, sono state sversati 3.000 metri cubi di petrolio, cioè 2.600 tonnellate di idrocarburi di cui 1.800 di gasolio e 800 di oli combustibili. Gli interventi di contenimento hanno fatto sì che 1.250 tonnellate venissero bloccate dal depuratore di Monza, 300 nel piazzale della Lombarda Petroli, 200 fermate lungo il Lambro e 450 arrestate dalla diga di Isola Serafini. Delle 400 tonnellate che mancano all’appello, quantità imprecisate sono evaporate o si sono depositate sulle sponde, e dunque solo una piccola frazione, sicuramente inferiore al 10% dello sversamento, ha raggiunto il delta e da qui l’Adriatico. Il danno è stato comunque molto grave per le acque e l’ecosistema fluviale, e richiede azioni efficaci di risanamento e recupero ambientale.

Al danno da petrolio si è aggiunto quello legato alla messa fuori servizio del grande depuratore di Monza, che serve 700.000 abitanti equivalenti. Gli effetti sono stati limitati grazie alla tempestività degli interventi di ripristino messi in atto dalle maestranze dell’impianto, rientrato in funzione in anticipo sui tempi previsti, e alla modulazione delle portate del fiume attuata dall’ente Parco Regionale della Valle del Lambro, che regola la diga del lago di Pusiano: chiusa durante la discesa del petrolio per rallentare la marea nera, e poi riaperta per diluire i reflui del depuratore.

Per verificare la situazione, Legambiente ha voluto “toccare con mano” ed è partita per un viaggio contro corrente - dal Delta fino a Villasanta - sulle tracce del disastro, per constatare direttamente i fatti e verificare, con i diretti interessati, come è stata affrontata l’emergenza. Per dieci giorni i tecnici di Legambiente, insieme ai circoli e ai comitati regionali di Veneto, Emilia Romagna e Lombardia, hanno incontrato associazioni, amministratori e semplici cittadini, che vivono sulle sponde di Po e Lambro.

Dagli agricoltori ai pescatori, dagli allevatori di mitili del delta del Po ai dirigenti dei Parchi e agli assessori delle provincie da Rovigo a Piacenza fino a Monza, chiedono con forza che il Lambro non venga escluso dagli interventi di risanamento del Po. Fra le istituzioni incontrate non potevano mancare l’Autorità di Bacino del Po e le Arpa delle tre regioni coinvolte. Durante il viaggio Legambiente ha registrato la rabbia e la speranza dei cittadini che vivono sull’asta fluviale e la preoccupazione per il danno ambientale che questo disastro ha portato. Molte sono state le conferme alle accuse lanciate fin dalla prima ora. Innanzitutto quella relativa alla sottovalutazione della Regione Lombardia sull’entità dello sversamento, sottovalutazione che ha messo in grave difficoltà gli interventi successivi messi in campo nelle regioni Emilia Romagna e Veneto.

A questo si aggiunge la mancanza e l’inadeguatezza dei controlli delle industrie a rischio di incidenti rilevanti come la Lombarda Petroli: un fatto scandaloso, considerato che nella sola Lombardia le aziende a rischio sono ben 287. Appare ormai chiaro, infatti, che Lombarda Petroli, pur essendo riuscita da un anno ad uscire dal novero delle aziende a rischio, deteneva quantitativi di idrocarburi superiori al consentito, in condizioni di grave carenza di sistemi di sicurezza. Un quadro sconcertante, derivante anche dalla perdurante sovrapposizione di ruoli (le ispezioni al sito di Lombarda Petroli, a quanto pare superate con esito positivo, sono infatti una competenza del Ministero dell’Ambiente), che alla fine si è trasformata in tragedia ambientale.

Inoltre tutti i rappresentanti istituzionali incontrati nel corso del viaggio hanno lamentato la mancanza di un coordinamento nazionale per l’emergenza fin dall’inizio del disastro. Il ritardo con cui le Regioni hanno chiesto lo stato d’emergenza nazionale ha determinato disordine e conflitti nell’organizzazione degli interventi, senza che vi fosse chiarezza sulla catena di comando.

Resta tutta da chiarire la dinamica degli eventi che hanno impedito di fermare la marea nera agli sbarramenti di Cerro al Lambro e Melegnano (Mi): in quel punto sono transitate circa mille tonnellate di idrocarburi, una quantità certo enorme, ma corrispondenti alla capacità di 40-50 autocisterne, mezzi che non sarebbe stato impossibile predisporre e gestire nell’arco delle molte ore che la marea nera ha impiegato per raggiungere i due centri al confine del territorio milanese.

Un plauso invece va agli enti brianzoli e a quelli piacentini: con sangue freddo e decisioni giuste, gli interventi dei dirigenti della provincia monzese, del Parco della Valle del Lambro e dell’Azienda che gestisce il depuratore sono stati sicuramente i più efficaci e tempestivi, mentre ai Sindaci di Piacenza e Monticelli, insieme al Presidente della Provincia e all'Autorità di Bacino, deve essere riconosciuta l'azione risolutiva, resa possibile dalla richiesta di intervento della Protezione Civile Nazionale in un momento di grave mancanza di coordinamento.

Alla fine del lungo viaggio di Legambiente quindi, bisogna tornare a parlare di bonifica dei siti in cui sono ancora presenti idrocarburi, di un’adeguata azione di monitoraggio delle acque, ma anche e soprattutto di risanamento di quella spina nel fianco che, da sempre, il Lambro costituisce per il Po, gravemente inquinato anche in condizioni ordinarie.

Sono cinque le richieste di Legambiente al riguardo:



procedere il più rapidamente possibile (e quindi prima della prossima piena) all’individuazione dei siti che richiedono un intervento di rimozione degli idrocarburi lungo le sponde e sui materiali galleggianti;



rendere immediatamente disponibili i fondi promessi da tempo per realizzare il progetto speciale “Valle del Fiume Po”: si tratta di 180 milioni di euro, richiesti da tutte le province rivierasche attraverso un piano d’azione congiunto per la riqualificazione e la rinaturazione del più grande fiume italiano, ma che l’attuale Governo ha ripetutamente messo in discussione;



predisporre specifici piani di coordinamento interregionali ed interprovinciali per incidenti rilevanti di tipo industriale sul Po ed affluenti, con la creazione di nuclei di intervento specificatamente preparati e dotati di materiale idoneo ad intervenire in casi simili.



avviare un sistematico programma di controlli sugli scarichi industriali nel bacino del Lambro e del Po, per reprimere i ricorrenti fenomeni di illegalità;



fare tesoro dell’esperienza: il disastro del 23 febbraio deve servire da monito per tutti: il Lambro e il Po devono rispettare le scadenze che l’Europa impone per il risanamento di tutti i fiumi europei. Entro il 2015 il Lambro deve avvicinarsi il più possibile alla balneabilità, obiettivo che oggi appare lontanissimo. Proponiamo a tutti i comuni rivieraschi di approvare una delibera per far diventare il 23 febbraio la “giornata del Lambro”, in occasione della quale presentare gli avanzamenti fatti in direzione del risanamento fluviale: scarichi collettati, depuratori realizzati, interventi per migliorare la qualità ambientale del bacino del Lambro.


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Arpa


Data: Tue, 16 March 2010, 8.25


Giovedì 11 Marzo 2010
La nostra campagna si è conclusa ma è importante ascoltare ancora una voce autorevole: l'Arpa della Lombardia. Riusciamo ad ottenere un appuntamento solo nel pomeriggio di oggi e incontriamo l'ingegnere Olivieri e Monia Maccarini, addetta stampa di Arpa Lombardia.Su nostra precisa domanda ci dicono che, sebbene non vi siano ancora i riscontri delle analisi dei sedimenti, dubitano si sia depositato qualcosa sul fondo perché il gasolio si mantiene in superficie e gli oli combustibili, più pesanti, sono stati quasi totalmente imprigionati nel depuratore di Monza. Come sia potuta avvenire questa “separazione”  tra due liquidi che sono reciprocamente solubili e che prima di giungere al depuratore si sono mescolati nel corso di diversi chilometri di rete fognaria non è chiaro - aggiungiamo noi - a meno che, ovviamente, l'apertura del serbatoio di olio combustibile non sia avvenuta prima di quella del gasolio. Ma anche questa meccanica evidentemente fa parte dei misteri su cui speriamo la magistratura faccia luce.Le stime dei quantitativi che ci vengono dichiarate sono quelle che ritroviamo nel comunicato stampa ufficiale di Arpa Lombardia: 2.600 tonnellate sversate di cui 1800 di gasolio e 800 di oli combustibili. Il depuratore di Monza ha bloccato la corsa di 1250 tonnellate, 300 si sono fermate sul piazzale della Lombarda Petroli, 200 sono state arrestate lungo il Lambro e il Po e 450 recuperate a Isola Serafini. Sulla confusione di dati e stime, fatte salve le esagerazioni giornalistiche, i nostri interlocutori attribuiscono grande importanza agli errori sulle unità di misura, tra tonnellate e metri cubi. Ma noi, fatti due conti, non riscontriamo una differenza di valori così accentuata come la ''forbice" tra i dati riportati dai media (per l'esattezza, considerate le densità di gasolio e olio combustibile, si tratta di 2150 mc di gasolio (d=0,84) e di 820 mc di olio combustibile (d=0,98) per un totale arrotondato di 3000 mc).Ci viene spiegato che l'Arpa è stata allertata intorno alle 8.45 del 23 febbraio dai tecnici del depuratore. Per loro tutte le istituzioni si sono mosse con prontezza e ben coordinate. Indubbiamente chi è intervenuto ha fatto il possibile con generosità e abnegazione, lavorando anche di notte per rimuovere il più possibile prima che la marea nera arrivasse in Po. E probabilmente un grande plauso va riconosciuto ai tecnici e alle maestranze dell'impianto di depurazione di Monza. Ma i dati sul petrolio rimosso contrastano con una valutazione complessiva dell'efficacia e tempestività della macchina dell'intervento: solo il 7,5% degli idrocarburi sono stati rimossi durante il viaggio del petrolio lungo il Lambro e il tratto di Po a monte di Isola Serafini. Resta inspiegato inoltre il motivo per cui agli sbarramenti di Cerro al Lambro e Melegnano non ci si sia fatti trovare preparati con adeguati mezzi per l'asportazione della chiazza oleosa: 1000 tonnellate di idrocarburi corrispondono alla capacità di 40-50 autocisterne, “Un numero elevato ma non impossibile da predisporre e gestire nell'arco di una giornata”. Ci spiega il presidente di Legambiente Lombardia.Ci confermano che l'ARPA, dal 23 al 7 marzo, ha monitorato giornalmente il Lambro in 11 stazioni analizzando le concentrazioni di idrocarburi aromatici e alifatici, BTEX, ecc... Lungo il Po Lombardo (campionato in provincia di Cremona e Mantova) le concentrazioni di idrocarburi, in superficie e in profondità, sono sotto il limite, e anche lungo il Lambro le misure non sono più preoccupanti. “Non si sono riscontrate contaminazioni insolite – ci spiega l'ingegnere Olivieri - non si sono ritrovati PCB o altri contaminanti potenzialmente associabili agli idrocarburi, i nostri tecnici non hanno spiegazioni per i rilevamenti di cloruro di etilene da parte di ARPA Emilia Romagna”.“La bonifica – prosegue il tecnico dell'Arpa - fatti salvi interventi puntuali (e puntiformi) per quanto riguarda le rive, non è auspicata per i fondali, poichè produrrebbe smuovere inquinanti sedimentati nei decenni. Ora come ora si stanno proponendo diverse ditte per la bonifica con tecnologie innovative che sfruttano enzimi e microrganismi, ma che sono da vagliare”.Per quanto riguarda il depuratore di Monza, secondo l'Arpa, ad oggi sta funzionando al 35% ma entro una settimana dovrebbe tornare operativo al 100%. Che prima del disastro aveva un sufficiente standard di abbattimento e che non ci sono state segnalazioni sul suo malfunzionamento. Investighiamo ancora un po' anche su altri depuratori ma ci viene spiegato che non esistono dati circa i carichi inquinanti ordinari e sull'efficacia delle azioni depurative legate agli impianti esistenti, nel senso che fino ad oggi non sono stati raccolti con sistematicità e l'unico modo per averli è chiederli (e fidarsi, aggiungiamo noi) ai singoli gestori dei depuratori. E allora una domanda viene spontanea: come fa Formigoni a dire che nel 2015 farà il bagno nel Lambro, se oggi nessuno, neanche lui, dispone di dati sul contributo inquinante dovuto ad inefficienze depurative, scarichi non collettati, deficit di portata dei collettori (i famosi sfioratori di piena che sfiorano anche in magra), per non parlare degli scarichi abusivi? Ne parleremo alle prossime riunioni del Contratto di Fiume, del resto anche ARPA ha già pianificato di attuare questa modalità di monitoraggio, a partire dalla campagna attuale.L'ingegnere Olivieri ci spiega che la sua sezione all'Apra si dedica al controllo delle ditte a rischio, con campagne di controlli sul campo, generalmente annunciati, tranne per le ditte "reticenti". Il programma di visite ispettive alle ARIR prevede che ogni azienda venga visitata almeno una volta ogni tre anni. I nostri interlocutori riferiscono che: “sulla ditta Lombarda Petroli, dopo l'autocertificazione per la fuoriuscita dal regime ARIR, i controlli sono stati regolarmente svolti da una commissione ministeriale comprendente anche tecnici ARPA (l'azienda era una ARIR art. 8, quindi di competenza del Ministero), che al momento dell'ispezione i quantitativi stoccati risultavano conformi con quanto dichiarato, ma che non esistono dispositivi obbligatori per impedire lo stoccaggio di quantitativi superiori al consentito, come quelli stoccati al momento dell'incidente che sicuramente eccedevano i 5000 mc di gasolio (l'olio combustibile invece non rientra tra i liquidi infiammabili da denunciare)". L'Arpa Lombardia si è resa infine disponibile all'elaborazione di dati utili per un dossier sul Lambro che possa uscire ogni 23 febbraio.

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Il sindaco di Villasanta (MB)


Data: Wed, 10 March 2010, 10.25


Martedì 9 Marzo 2010

Ci resta ancora una persona da intervistare: il sindaco di Villasanta, Emilio Merlo. Con lui ripercorriamo la storia della Lombarda Petroli. Il primo cittadino ci spiega che qui i Tagliabue erano definiti gli “Onassis della Brianza”.

sindaco villasanta
Che un tempo il loro stabilimento era una raffineria che dava lavoro a ben 300 dipendenti. Oggi, con la terza generazione dei Tagliabue, l'azienda si occupa solo di stoccaggio e a lavorarci sono rimasti solo in cinque. Non vuole sentir parlare di possibili responsabili dell'accaduto il sindaco di Villasanta, spiegandoci che si deve lasciar lavorare la magistratura, da cui il primo cittadino è già stato ascoltato e tra non molto si aspetta una convocazione in Pretura.

ordinanzasindacovillasanta
Parlando delle prime ore dell'emergenza, il sindaco ci dice di essere molto soddisfatto di come la Provincia abbia gestito la situazione.

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Per leggere il racconto delle tappe precedenti cliica qui

[ 05-Mar-2010 ]

 

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